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Paesaggi del Lazio preistorico: dalle grotte naturali alle grotticelle artificiali

Itinerario a cura della SAPIENZA UNIVERSITÀ DI ROMA

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Nell’immaginario collettivo la grotta è considerata il tipico rifugio dell’uomo preistorico. In realtà le grotte, proprio per la loro particolare conformazione, per il loro frequente sviluppo in intricati cunicoli, per la presenza, a volte, di fonti d’acqua e di stillicidio che dà luogo a spettacolari stalattiti e stalagmiti, sono state utilizzate dall’uomo per condurre riti o per seppellire i defunti piuttosto che per abitarvi.
Vedremo poi come, nel corso del tempo, l’uomo abbia “trasformato” la natura, creando spazi che riteneva più appropriati per attività particolari, quali i riti e le pratiche funerarie. Le tombe a grotticella artificiale, realizzate nel corso dell’età del Rame, si inseriscono nel paesaggio naturale, imitandone e ricercandone le caratteristiche di luoghi ipogei, misteriosi e nascosti.
Questo percorso vi guiderà attraverso territori che, nonostante la vicinanza ad aree densamente urbanizzate, ancora oggi presentano tratti relativamente preservati, che possono facilmente evocare antichi paesaggi. Si tratta della valle del Tevere a nord di Roma e della parte di Maremma che si trova tra Lazio settentrionale e Toscana.

Le cavernette falische: un esempio di uso culturale dell'ambiente naturale

Durante il Pleistocene la valle del Tevere a nord di Roma era popolata da comunità di cacciatori raccoglitori.

Testimonianze della frequentazione del territorio durante il Paleolitico medio e superiore sono conservate all’interno di piccole grotte e ripari che si aprono lungo le ripide pareti tufacee che costeggiano le valli profondamente incise di affluenti minori del Tevere.

Ad esempio, lungo il Rio Fratta, nel territorio di Corchiano (Viterbo), vi sono una serie di grotte conosciute con il nome di Cavernette Falische, che sono state indagate all’inizio del secolo scorso da Ugo Rellini e successivamente da A. Barra Incardona e A. M. Radmilli. Se durante il Paleolitico questi luoghi costituivano, forse, solo un luogo temporaneo di abitazione, nei successivi periodi, dal Neolitico fino all’età storica, le Cavernette furono frequentate anche per scopi cultuali, legati soprattutto alla presenza di sorgenti. Il termine “Falisco” richiama il nome del territorio antico, noto come “Ager Faliscus”, la terra abitata da una popolazione di origine latina, che per il fatto di essere a nord del Tevere a contatto con i Sabini a destra e gli Etruschi a sinistra hanno sviluppato un’identità molto spiccata. Il loro nome Falisci deriva da quello della capitale del territorio antico, Falerii, oggi Civita Castellana (Viterbo).

Il Museo delle Origini conserva nelle sue collezioni il materiale proveniente dagli scavi effettuati da Rellini nelle Caverne di Terra Rossa, della Stipe, dell’Acqua.

GLI SCAVI: Caverna dell'Acqua (Viterbo-Lazio)

La Caverna dell’Acqua si apre sulla riva sinistra del Rio Fratta, alla confluenza di due fossi. Il suo nome deriva dalla sorgente che scaturisce al suo interno. Sono stati individuati tre strati in cui probabilmente sono state accorpate, senza riconoscerle, più fasi di occupazione molto diverse tra di loro (età romana, età del Ferro nello strato superficiale; età del Bronzo e forse neolitico in quello intermedio; industria litica e ceramica in quello inferiore). Lo strato più profondo descritto dal Rellini è caratterizzato da industria litica e ossea tipologicamente ascrivibile ad una fase finale del Paleolitico Superiore (Epigravettiano) mista a ceramica di impasto molto grossolana, che potrebbe rappresentare una successiva fase di occupazione neolitica, non distinta dal Rellini in fase di scavo. 

Bibliografia

Barra Incardona A. 1968 – "Le nuove ricerche nelle cavernette e nei ripari dell’Agro Falisco", Atti della Società Toscana di Scienze Naturali 76: 101-124.

Mussi M., Zampetti D. 1985 – "Il Paleolitico delle Cavernette Falische: una messa a punto", in Studi di Paletnologia in onore di S.M. Puglisi, a cura di Liverani M., Palmieri A., Peroni R., Roma: 627-646.

Rellini U. 1920 – "Cavernette e ripari nell’agro falisco", Mon.Ant.Lincei XXVI: 6-179.

 

Dalle grotte naturali alle grotticelle artificiali

A partire dal tardo Neolitico si assiste in tutto il bacino del Mediterraneo all’insorgere del fenomeno dell’ipogeismo: vengono scavati luoghi sotterranei, a volte adattando cavità naturali, per scopi cultuali o funerari.

Particolarmente diffuse durante l’età del rame in Italia centro-meridionale sono le tombe a grotticella artificiale. Tra la metà del IV e la metà del III millennio a.C., le comunità eneolitiche riferibili alle culture di Rinaldone, del Gaudo, della Conca d’Oro seppellivano i defunti in necropoli separate dall’abitato. A seconda delle tradizioni locali, le tombe potevano essere singole o contenere più inumati, probabilmente appartenenti al medesimo gruppo familiare. I defunti erano accompagnati da un corredo composto da vasi in ceramica, forse contenenti offerte, manufatti in pietra, osso e, a volte, in rame. In qualche caso vi erano anche ornamenti od oggetti in materie prime di particolare pregio, come l’argento. Da questi elementi si può dedurre che la società cominciava a strutturarsi al suo interno, mettendo in evidenza, attraverso il corredo funerario, il ruolo e la posizione di prestigio mantenuta in vita.

Al Museo delle Origini sono conservati i corredi di alcune tombe rinvenute nella necropoli rinaldoniana di Ponte San Pietro.

GLI SCAVI: La necropoli eneolitica di Ponte San Pietro (Viterbo)

L’area che si trova al confine tra Toscana e Lazio, tra i fiumi Fiora e Albegna racchiude la più alta concentrazione di siti, soprattutto necropoli, riferibili alla cultura di Rinaldone. Una delle più importanti è la necropoli di Ponte San Pietro, scoperta nel 1940 in occasione dei lavori di realizzazione della provinciale Manciano-Farnese e scavata da F. Rittatore Vonwilller tra il 1941 e il 1965. Le tombe si aprono lungo la scarpata del pianoro tufaceo di Pianizza, sul fiume Fiora all’altezza del Ponte San Pietro. In tutto furono individuate 25 tombe a grotticella, che sembrano raggruppate in due nuclei, uno di 13 e l’altro di 12, separati da un’area lasciata libera. Le tombe erano scavate nel banco di tufo e l’ingresso, preceduto da un breve corridoio di accesso, era chiuso da una lastra di pietra. Queste strutture contenevano uno o più inumati, deposti in posizione rannicchiata, accompagnati da corredi composti principalmente da vasi a fiasco, tipici della facies di Rinaldone, e da armi in selce.

I materiali esposti nel museo fanno parte del corredo delle tombe 21 e 22, dette “dell’Intruso” (figure in alto e in basso), perché, a causa del cedimento del pavimento, uno degli inumati della tomba 21 era sprofondato nella sottostante tomba 22. Recentemente sono stati datati, attraverso le analisi al C14, i due inumati, un maschio e una femmina, presenti nella tomba 21: il primo ha fornito una data di  4872±35 BP, 3750-3537 a.C. cal 2σ, il secondo di 4725±33 BP 3635-3376 a.C. cal 2σ (Dolfini 2010).

 

Nella necropoli è stata rinvenuta la famosa tomba detta "della vedova", conservata al Museo “L. Pigorini” di Roma, contenente un maschio adulto accompagnato da un importante corredo con vasi e armi in rame e pietra e una donna con una frattura cranica, che ha fatto ipotizzare la sua uccisione rituale in seguito alla morte del marito. 

Bibliografia

 

Dolfini A. 2010, "The origins of metallurgy in central Italy: new radiometric evidence", Antiquity 84: 707–723

Miari M. 1993, "La necropoli eneolitica di Ponte S. Pietro (Ischia di Castro, Viterbo)", Rivista di Scienze Preistoriche, XLV: 101-166.

Miari M. 1994, "Il rituale funerario della necropoli eneolitica di Ponte S. Pietro (Ischia di Castro, Viterbo)", Origini, 18: 351-390.

Rittatore Vonwiller F. 1942, "Necropoli eneolitica presso il ponte San Pietro nel Viterbese", Studi Etruschi, XVI: 557-563.


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